Il Diavolo veste Prada 2 parte con numeri da record e si impone come uno dei fenomeni cinematografici più discussi del momento. Il sequel del film cult del 2006, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, ha registrato in Italia la miglior apertura del box office del 2026, superando i 14 milioni di euro in cinque giorni e portando in sala oltre 1,7 milioni di spettatori.
Distribuito in oltre 700 cinema e più di 1.300 sale, il film si è piazzato subito al primo posto della classifica italiana. Alle sue spalle si trovano Michael, uscito la settimana precedente, e il film di Super Mario, mentre il primo titolo italiano in classifica è Il tepore del ballo di Pupi Avati, quarto. Anche sul mercato internazionale il risultato è rilevante: secondo i dati riportati da Repubblica, il film ha raccolto 77 milioni di dollari negli Stati Uniti e 233 milioni a livello mondiale, a fronte di un costo stimato intorno ai 100 milioni di dollari.
Il successo commerciale, però, non ha spento le discussioni. Una parte del pubblico ha notato una resa diversa del doppiaggio italiano, chiedendosi se fossero cambiate le voci dei personaggi principali. In realtà, per Miranda Priestly, Andy Sachs, Emily Charlton e Nigel Kipling sono stati confermati gli stessi doppiatori del film del 2006. Il cambiamento percepito dagli spettatori sarebbe quindi legato soprattutto al passare del tempo: in vent’anni sono invecchiati gli attori, ma anche le voci italiane che li accompagnano.
Maria Pia Di Meo è tornata a doppiare Miranda Priestly, Connie Bismuto presta ancora la voce ad Andy, Francesca Manicone a Emily e Gabriele Lavia a Nigel. Il Fatto Quotidiano segnala anche che nel primo trailer italiano Stanley Tucci aveva una voce diversa, quella di Franco Mannella, mentre nella versione finale si è scelto di recuperare il doppiatore originale. Accanto alle voci storiche compaiono anche nuovi interpreti del doppiaggio italiano, tra cui Giuppy Izzo e Benedetta Degli Innocenti.
Oltre agli incassi e alle polemiche sul doppiaggio, il film sta facendo discutere anche per il modo in cui aggiorna il racconto del mondo editoriale. Linkiesta legge il sequel non tanto come un film sulla moda, ma come una rappresentazione della crisi recente dei media: un ambiente in cui l’ispirazione professionale lascia spazio a tagli, metriche, algoritmi, inserzionisti e logiche economiche sempre più invasive. Secondo questa interpretazione, il nuovo capitolo mostra come il fascino dell’editoria raccontato nel primo film si sia trasformato in un sistema più fragile e meno idealizzato.
A vent’anni dal primo capitolo, Il Diavolo veste Prada 2 si presenta quindi come un doppio fenomeno: da una parte un successo di pubblico già certificato dai numeri, dall’altra un film capace di riaprire discussioni sulla nostalgia, sul cambiamento delle voci storiche e sull’evoluzione dell’editoria. Il pubblico è tornato in massa in sala, ma il dibattito dimostra che il sequel non viene guardato soltanto come un ritorno atteso: viene misurato anche con il peso emotivo e culturale lasciato dal film originale.
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