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I motivi del No alla nuova commissione d’inchiesta sulle periferie voluta dal PD

NO alla proposta di legge che istituisce una commissione parlamentare di inchiesta sullo stato della sicurezza e sul degrado delle città.

Meritano di essere chiariti i motivi che hanno portato la maggioranza a questa scelta. Serve un chiarimento capace di andare oltre l’usuale destino avverso delle proposte di legge in quota opposizione. Un destino che conosco bene alla luce dell’esperienza della scorsa legislatura, quando una mia proposta di legge in materia di editoria fu bocciata da quest’aula.

Comprendo dunque l’amarezza dell’ex relatore Marco Di Maio, ma è un’amarezza che potrà essere facilmente superata con un dialogo franco sulle precisazioni che intendo porre all’assemblea.

In primo luogo, è unanimemente riconosciuto il valore del lavoro svolto nella scorsa legislatura dalla commissione di inchiesta sulla sicurezza e sul degrado delle città e delle periferie.

In poco più di un anno quella commissione monocamerale, istituita solo qui alla Camera, fece un lavoro di ascolto e di analisi enorme, impreziosito da sopralluoghi e incontri diretti sul territorio che hanno cercato di avvicinare le istituzioni ai cittadini.

Non avrei difficoltà a citare uno per uno i venti componenti di quella commissione – dal presidente Causin e dai vicepresidenti Castelli e Morassut in poi – e a ringraziarli per l’eredità lasciata al Paese: un documento di circa 800 pagine con dati e mappature uniche che assegnano ancora oggi compiti e riflessioni al Parlamento e al governo.

Quella commissione, onorevole Di Maio, cari colleghi, lavorò in un clima diverso da quello che ha accompagnato questa proposta di legge. Già in fase di discussione parlamentare, nel 2016 le forze politiche che oggi rappresentano la maggioranza si espressero sull’atto istitutivo di quella commissione con un’astensione collaborativa.

Favorimmo un clima di concordia politica, consapevoli della centralità del tema periferie e della necessità di un impegno e di un impulso politico diverso rispetto al passato.

Un clima che non ritrovo nelle dichiarazioni rese mercoledì scorso da diversi esponenti del Partito Democratico né nei lavori preparatori di questa proposta di legge.

Non c’era allora nessun approccio competitivo, nessuna voglia di rivalsa o protagonismo politico e soprattutto non c’era allora nessuna illusione -o imposizione- che solo una commissione d’inchiesta avrebbe risolto tutti i problemi.

Le commissioni d’inchiesta, anche in virtù dei poteri ad esse assegnati dall’art. 82 della Costituzione, rappresentano la forma più alta e visibile dell’azione ispettiva di ogni singola Camera o del Parlamento nel suo insieme.

Una loro proliferazione, a parere di chi parla, sminuirebbe il senso e la portata di quest’istituto e soprattutto depotenzierebbe l’attività delle commissioni permanenti che nelle materie di propria competenza possono già promuovere approfondite attività conoscitive, pur senza ovviamente i poteri dell’autorità giudiziaria.

Pongo all’aula dunque alcuni interrogativi. La finalità di una commissione d’inchiesta è solo quella di sottolineare il “pubblico interesse” del tema di cui si occupa? E il “pubblico interesse” è maggiore se questa commissione è bicamerale? Insomma, deve esserci per forza una commissione d’inchiesta sulle periferie per garantire quell’attenzione che il tema merita?

La maggioranza ha una risposta chiara, anche perché sul tema delle periferie non ci sono segreti o misfatti da portare alla luce. Ci sono sicuramente responsabilità politiche e istituzionali da chiamare continuamente in causa e sollecitare, anche nei confronti di questo esecutivo.

Bisognerà seguire il percorso delle nuove convenzioni che consentiranno a 96 tra Comuni e Città metropolitane di mettere in cantiere investimenti per oltre 1,5 miliardi di euro per la riqualificazione urbana delle periferie.

È un merito di questo governo e di questa maggioranza aver legato l’erogazione delle risorse alla rendicontazione dello stato di avanzamento dei lavori da parte degli enti locali. Certezza e trasparenza di spesa delle risorse sono un obbligo morale per dare risposte certe ai cittadini e non alimentare sfiducia verso le istituzioni.

Merita interesse e attenzione il programma “Cultura Futuro Urbano” promosso dal ministro Bonisoli. Un piano da 25 milioni fino al 2021 che investe sulla cultura come motore di miglioramento economico e sociale. Saranno oltre 100 i progetti finanziati e coinvolgeranno le scuole e le biblioteche dei quartieri periferici e il recupero di opere pubbliche incompiute. Investire sulla cultura significa migliorare attraverso la Bellezza la vivibilità delle periferie.

Il programma si pone una sfida socialmente affascinante e determinante: la collaborazione tra istituzioni pubbliche, private e terzo settore. Un fattore capace di creare vera comunità.

Infine, con l’ultima legge di bilancio sono stati assegnati altri 7,5 milioni di euro al Fondo “Sport e Periferie”. Risorse in precedenza destinate ad opere infrastrutturali e poi non assegnate o non utilizzate.

Queste sono solo alcune prime azioni su cui il Parlamento potrà esercitare una legittima e doverosa azione di stimolo e proposta. Ogni singolo parlamentare potrà farlo direttamente nelle commissioni permanenti e non necessariamente in una nuova commissione bicamerale d’inchiesta.

Faccio un esempio concreto che mi riguarda e mi interessa personalmente. Nella scorsa legislatura la Camera istituì la commissione d’inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione e sulle condizioni di trattenimento dei migranti e sulle risorse pubbliche impegnate.

Sono stato vicepresidente di quella commissione e rivendico ancora oggi il valore delle attività che insieme agli altri commissari abbiamo svolto.

Sono noti a quest’aula e al governo l’interesse e la sensibilità personale per i temi dell’immigrazione, ma non credo che la soluzione dei problemi in materia di immigrazione, anche dei problemi lasciati insoluti dal decreto 113/2018, passi da una nuova commissione d’inchiesta bicamerale.

Non per questo credo che il Parlamento debba smettere di occuparsi del tema e anzi la commissione Affari Costituzionali che presiedo avvierà nelle prossime settimane un’indagine conoscitiva.

La posizione dell’attuale maggioranza costituisce dunque un dissenso sul metodo, non sul merito, e d’altronde a parlare è la storia delle ultime legislature.

Analizzando la storia delle circa 90 commissioni d’inchiesta promosse dal 1948 in poi, emerge come dal 2006 (XV legislatura) l’istituzione di commissioni bicamerali d’inchiesta abbia sostanzialmente riguardato esclusivamente la commissione Antimafia (ormai quasi una quindicesima commissione permanente) e la commissione d’inchiesta sui rifiuti.

Una tendenza brevemente interrotta nella scorsa legislatura a fronte di gravissimi fatti sociali ed economici – come i misfatti registrati nel sistema bancario e finanziario che enormi perdite e danni hanno arrecato a moltissimi cittadini – e a fronte della doverosa ricerca di verità sul caso Moro.

A riguardo permettetemi di concludere quest’intervento con un pensiero commosso al ricordo della strage di Via Fani avvenuta il 16 marzo di 41 anni fa, con l’augurio di poter ritrovare nel dibattito che seguirà quegli elementi di apertura al dialogo che hanno contraddistinto l’attività politica e istituzionale del grande statista pugliese.


🎥 Il video del mio intervento in Aula