Un vestito mai indossato, una borsa rimasta in magazzino o un paio di scarpe restituito dopo un acquisto online potevano avere una destinazione difficile da immaginare: essere distrutti pur risultando ancora utilizzabili. Dal 19 luglio 2026 questa pratica è vietata nell’Unione europea alle grandi imprese, quando riguarda abbigliamento, accessori e calzature invenduti. La misura nasce dal Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, noto come ESPR, e cambia la gestione di eccedenze e resi.
La dimensione del fenomeno spiega l’intervento. Secondo la Commissione europea, ogni anno viene distrutto prima dell’utilizzo tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo. La stima equivale a un intervallo compreso tra 264 mila e 594 mila tonnellate. L’eliminazione di questi articoli genera inoltre circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂, senza che i beni abbiano mai svolto la funzione per cui erano stati fabbricati.
Il problema non riguarda soltanto i magazzini. L’Agenzia europea dell’ambiente calcola che nel 2022 i Paesi dell’UE abbiano generato 6,94 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, pari a circa 16 chilogrammi per abitante. Nello stesso anno appena il 15% dei tessili e delle scarpe provenienti dalle famiglie è stato intercettato dalla raccolta separata. Il restante 85% è confluito soprattutto nei rifiuti misti, perdendo gran parte delle possibilità di riuso e recupero.
La nuova disciplina interviene prima che un prodotto ancora valido diventi rifiuto. Le aziende devono dare priorità alla vendita, anche con sconti o attraverso mercati alternativi, alla donazione e alla preparazione per il riuso, che comprende riparazione, ricondizionamento e rifabbricazione. Il riciclo entra in gioco soprattutto quando una specifica deroga consente la distruzione e il bene non può essere mantenuto in uso.
Per i consumatori potrebbero aumentare le occasioni negli outlet e nei canali dedicati alle eccedenze. Non esiste però un obbligo europeo di applicare ribassi. Il divieto non trasforma automaticamente ogni invenduto in un affare, ma rende più difficile produrre grandi quantità senza una destinazione precisa.
Che cosa vietano esattamente le nuove regole?
Le regole impediscono alle grandi imprese di distruggere abiti, accessori, cappelli, altri copricapi e calzature rimasti invenduti. Nel perimetro rientrano anche surplus di magazzino, rimanenze e prodotti restituiti dai clienti quando possono ancora essere venduti, donati o preparati per un nuovo utilizzo.
Il principio è semplice: un articolo integro deve conservare il più a lungo possibile il proprio valore economico e materiale. Non basta che una collezione sia passata di moda, che una previsione di vendita sia risultata errata o che il marchio voglia evitare la distribuzione a prezzo ridotto.
Il divieto si applica alle grandi aziende dal 19 luglio 2026. Le imprese di medie dimensioni saranno coinvolte dal 19 luglio 2030, così da avere più tempo per adattare magazzini, contratti logistici e sistemi di tracciamento.
Gli abiti invenduti dovranno essere tutti donati?
No, la donazione è una possibilità, non una destinazione obbligatoria. Le imprese possono rimettere la merce sul mercato, trasferirla a outlet o operatori specializzati, proporla attraverso canali alternativi oppure prepararla per il riuso.
Per i marchi del lusso la scelta è delicata. Una presenza eccessiva nei punti vendita scontati può incidere sulla percezione di esclusività. Molte aziende potrebbero quindi combinare più soluzioni: previsioni della domanda più accurate, produzioni meno sovradimensionate, trasferimenti mirati tra negozi e donazioni selettive.
Anche regalare i prodotti richiede organizzazione. Servono tracciabilità, trasporto e accordi con enti capaci di distribuire i beni. Tra le deroghe previste rientra perfino il caso in cui articoli offerti per la donazione vengano rifiutati, purché l’impresa possa documentarlo.
Quando è ancora possibile distruggere un prodotto?
La distruzione resta consentita soltanto in circostanze definite e dimostrabili. Le eccezioni comprendono motivi di salute, igiene o sicurezza; danni non riparabili in modo ragionevole; difetti che rendono il prodotto inadatto alla funzione prevista; contraffazioni o violazioni dei diritti di proprietà intellettuale.
Una deroga può essere applicata anche quando un articolo non è adatto alla preparazione per il riuso o alla rifabbricazione. In questi casi l’impresa deve conservare prove, documenti o risultati di test. Quando lo smaltimento è giustificato, va rispettata la gerarchia europea dei rifiuti, privilegiando il riciclo rispetto al recupero energetico e alla discarica.
Perché la trasparenza diventa decisiva?
La trasparenza serve a distinguere le vere eccezioni dai tentativi di aggirare il divieto. Le aziende interessate devono pubblicare il numero e il peso dei prodotti scartati, le ragioni della decisione, la deroga utilizzata e la percentuale destinata alle diverse operazioni di trattamento.
Le comunicazioni devono comprendere anche le misure adottate e programmate per prevenire nuove distruzioni. Un formato europeo standardizzato si applica dal febbraio 2027, rendendo i dati più confrontabili. Sarà così più semplice valutare la gestione delle eccedenze.
I prezzi negli outlet diminuiranno davvero?
Non è possibile prevedere un calo generalizzato. Una maggiore quantità di prodotti nei canali secondari potrebbe ampliare la scelta, ma i marchi possono ricorrere a donazioni, trasferimenti, riparazioni o vendite controllate. Stoccaggio, selezione e ricondizionamento comportano inoltre costi aggiuntivi.
Il cambiamento più profondo avviene a monte. Se eliminare gli abiti invenduti non è più una soluzione ordinaria, produrre troppo diventa un rischio economico maggiore. La convenienza si sposta verso quantità coerenti con la domanda e articoli progettati per durare. Per chi acquista, il beneficio più concreto potrebbe essere un mercato più trasparente e meno sprecone, insieme a una maggiore disponibilità di capi rimessi in circolazione.
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