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Decreto “Valore Cultura” – approfondimento

Siamo stati molto contenti del fatto che in Parlamento si sia tornati a parlare di cultura, se ne sentiva il bisogno e ci ha confortati l’interesse dimostrato dal ministro Bray rispetto a questo tema fondamentale per lo sviluppo personale e per l’intera società.
Nonostante il decreto contenga dei provvedimenti condivisibili, anzi sperati, e che noi stessi abbiamo reclamato, siamo estremamente critici riguardo i metodi scelti; inoltre molte disposizioni non presentano il carattere d’impellenza richiesto per essere inseriti in una decretazione d’urgenza.

Prendendo in considerazione il primo complesso di disposizioni che riguardano la tutela e la rivalorizzazione del sito archeologico di Pompei, disapproviamo l’istituzione di un nuovo apparato costituito dal direttore generale ed un nutrito staff di 25 funzionari più un’Unità Grande Pompei formata da altri 10 dipendenti, che sostanzialmente duplica le funzioni della Sovrintendenza speciale, già esistente ed attiva. Di conseguenza riteniamo assurdo nominare un direttore generale e (capolavoro dell’ultimo minuto, per bilanciare la spartizione delle poltrone tra pd e pdl) un vice direttore generale vicario del ‘Progetto Pompei’, in quanto tali figure non sono assolutamente necessarie, anzi risultano essere una duplicazione del Sovrintendente che oggi gestisce il sito archeologico. Inoltre al direttore generale vengono attribuite una serie di funzioni e di competenze che prevedono un totale accentramento di potere in capo alla sua persona e che possono facilmente entrare in conflitto con le attuali competenze della Soprintendenza speciale. L’aspetto più allarmante, ma probabilmente la reale intenzione del governo, è rappresentato dal fatto che il direttore generale avrà la totale gestione di ben 105 milioni di euro stanziati dall’UE ed inoltre il comma 1 lettera b) conferisce al direttore generale la funzione di stazione appaltante. Questa impostazione rende il DG ricattabile, il che non è affatto un bene, visto il contesto sociale della Regione Campania, vista l’alta presenza della camorra a presidiare il territorio, nonostante sia stato firmato un protocollo d’intesa tra la Prefettura di Napoli e la Soprintendenza Speciale di Napoli e Pompei e siano state adottate le misure per contrastare il più possibile le infiltrazioni di stampo mafioso nel progetto stesso. Contestiamo poi la previsione di avvalersi, sia in fase progettuale che di attuazione, della società INVITALIA in quanto trattasi di un noto poltronificio che non risulta impiegare idonee professionalità in relazione agli interventi di cui al grande progetto Pompei.

Una nota positiva è costituita dall’attivazione di mille tirocini riservati ad altrettanti giovani. Pur apprezzando questo tipo di intervento, dobbiamo evidenziare che l’istituto del tirocinio non è un contratto di lavoro e quindi, oltre a non garantire l’effettivo inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, impedisce agli stessi di realizzare altri progetti lavorativi. Ciò perché il decreto tace completamente riguardo un eventuale inserimento più stabile e duraturo dei giovani tirocinanti, nonostante ci sia un’urgente necessità di implementare la pianta organica della sovrintendenza speciale di Pompei che allo stato attuale è carente rispetto a tutte le professionalità necessarie per l’efficace gestione di un sito archeologico tanto esteso.

Ci si domanda, inoltre, il motivo per cui il decreto non abbia considerato, ad esempio, il sito archeologico di Paestum che si trova ad un livello di degrado disarmante, e né sia previsto un sistema di finanziamento atto a riqualificare la Reggia di Caserta che necessita di interventi urgenti di restauro conservativo, tutti siti vicini a Pompei e che sarebbero potuti entrare nelle miriadi di piani e progetti citati nel decreto in esame. Sarebbe opportuno e necessario impiegare i fondi stanziati da questo decreto in opere di manutenzione, messa in sicurezza, restauro e rivalutazione del patrimonio storico, artistico e culturale dell’area interessata piuttosto che impiegare queste risorse in modo inappropriato, raddoppiando inutilmente le strutture già esistenti.

Nonostante apprezziamo lo sforzo, la solerzia e l’impegno a valorizzare il patrimonio artistico e culturale italiano con erogazioni a favore della cultura in generale, contestiamo anche le disposizioni previste all’art. 5 soprattutto riguardo i criteri di ripartizione dei finanziamenti volti al recupero ed alla creazione di siti di rilevante interesse storico e culturale. Il riferimento è ai “Nuovi Uffizi” di Firenze ed al museo nazionale dell’ebraismo e della Shoah di Ferrara. Il problema è costituito dall’entità di tali finanziamenti poiché sarebbe il caso di distribuire diversamente le già scarse risorse. Non siamo totalmente contrari a finanziare i “Nuovi Uffizi”, ma riteniamo che questi poli abbiano già ricevuto cospicui finanziamenti e soprattutto perché leggi speciali attribuiscono loro finanziamenti strutturali. Il museo nazionale dell’ebraismo e della Shoah, ad esempio, è beneficiario di un milione di euro all’anno garantiti dalla legge 91/2003 a decorrere dallo stesso anno, con inoltre uno stanziamento iniziale di 15 milioni. La somma è già di oltre 20 milioni forniti al MEIS. L’orientamento del decreto non rappresenta una scelta sbagliata, ma non dobbiamo sottovalutare l’importanza di una miriade di siti esistenti sul territorio italiano, ignorati e dimenticati da tempo, che versano in un grave stato di deterioramento e che pagano le conseguenze della completa indifferenza e di scelte politiche insensate o dettate dalla convenienza personale. Che protezione è stata prevista per la valle dei templi di Agrigento? Oppure i musei di Torino che cadono a pezzi? Che misure ha previsto il governo per la riqualificazione dei siti storici minori ma non per questo di minore importanza culturale? Che dire delle decine di importanti siti architettonici ancora non fruibili da parte dei cittadini, come il qua vicino Mausoleo di Augusto o la Domus Aurea?

E’ apprezzabile l’intenzione del Governo di prendere in considerazione la situazione delle fondazioni lirico-sinfoniche, ma non condividiamo assolutamente le linee di intervento adottate nel decreto poiché le misure previste non sono assolutamente in grado di risanare la grave situazione debitoria in cui le stesse fondazioni versano. Il decreto prevede infatti un profondo piano di risanamento, eccessivamente rigido, che non lascierà comunque scampo alle fondazioni in grave crisi. E’ necessario tenere presente che le Fondazioni lirico-sinfoniche per le loro peculiarità non devono essere obbligate a raggiungere un attivo di bilancio e pertanto sono estremamente sfavorite da questa previsione legislativa e sembrano tutte destinate alla liquidazione coatta amministrativa.
Risulta chiara una mancanza di visione in grado di portare ad una riforma sostanziale delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche, che nella condizione in cui versano adesso non sono in grado di effettuare piani a lungo termine, fondamentali in queste attività, né di aprirsi ad innovazioni, sia in termini di eventi proposti che di servizi offerti. Ma anche qui, si preferisce tamponare piuttosto che riformare il sistema, cosa che non può essere affrontata con un decreto legge. Affrontiamo in modo concreto i problemi che stanno attraversando ormai da anni le fondazioni liriche di Genova, Firenze e Cagliari. Siamo proprio convinti che le funzioni assegnate al Commissario straordinario siano realmente efficaci in queste situazioni? E quali misure sono state adottate per evitare che i dipendenti di tali strutture finiscano per strada? Quali garanzie hanno le loro famiglie? Siamo realmente convinti che l’ausilio offerto dalla società ALES spa possa risolvere il problema degli esuberi? Innanzitutto non viene rispettato il criterio di prossimità geografica e non si considera la reale necessità occupazionale di tale società. E poi, siamo proprio sicuri che ci sia del personale in esubero?
La disposizione che prevede l’applicazione delle norme del pubblico impiego ai dipendenti delle fondazioni è valida, ma da valutare per un motivo semplicissimo: occorre una decisione politica importante sulla condizione giuridica degli Enti, o sono pubblici o sono privati. Positiva l’assoggettamento alle norme del codice contratti.
Le fondazioni sono rimaste a metà tra il pubblico ed il privato per via di una riforma errata e mai completata da parte dell’allora ministro Veltroni. Queste sono state trasformate da Enti pubblici a fondazioni di diritto privato finanziati in quota parte dal FUS. Ciò non è stato però accompagnato dalle corrette forme di agevolazioni per l’ingresso dei privati negli enti lirici (tipo tax-shelter), che imperversano in condizioni economiche devastanti, dovute all’alto costo del personale ed allo scarso apporto dei privati, unitamente ai continui tagli al FUS.
Il piano di risanamento è quindi oltremodo rigido e non può in alcun modo aiutare le fondazioni a risollevarsi dalla crisi soprattutto perché introduce il principio di pareggio di bilancio da raggiungere in tre anni.
Sicuramente positivo però che finalmente si giunga ad una produzione su base triennale, ma al contempo ci si domanda se non sia eccessivo prevedere che una attività come questa sia in pareggio, anche perché, essendo fondazioni private, non concorrono al debito pubblico. Il ricorso ad entrate di indebitamento è concesso solo nell’accesso ad un fondo di rotazione dal MIBACT pari a 75 milioni. Briciole, visto che i teatri interessati al piano di risanamento (con lo scopo di accedere proprio al fondo di rotazione) sono, a detta del Ministro Bray, almeno 6 su 14.
Non si capisce ancora una volta la nomina di un commissario governativo che abbia ampi poteri di incidere sui piani di risanamento a lui proposti. Come al solito viene scelta una modalità errata a monte per salvare il sistema delle fondazioni liriche, che invece richiede una visione più ampia ed a lunghissimo termine, iniziando una seria riforma di governance, di contribuzione privata, di programmazione delle stagioni.
Le colpe della politica in questo disastro economico-finanziario sono abnormi e non possono affatto ricadere sulle spalle dei lavoratori di qualità del settore, tanto meno sulle spalle del settore culturale.

Nonostante le tante criticità espresse, apprezziamo l’accoglimento delle nostre proposte in tema di produzioni cinematografiche e musicali. Con le semplificazioni previste dall’art. 7 in materia di programmazione di musica dal vivo, le procedure per l’organizzazione e la gestione degli eventi risulteranno più snelle, come già sperimentato dalla legislazione anglosassone, e ciò produrrà enormi benefici sia in termini di diffusione della produzione musicale che in termini di fruizione della musica. I benefici economici derivanti da tale semplificazione non tarderanno ad innescare il meccanismo virtuoso di moltiplicazione economica. Produrranno gli stessi benefici anche le agevolazioni disposte dal tax credit sulle produzioni musicali, la stabilizzazione degli sgravi fiscali in tema di produzione cinematografica ed il sistema di contribuzione pubblica allo spettacolo dal vivo e al cinema. Apprezziamo particolarmente che sia stata adeguatamente considerata la nostra proposta emendativa al Senato, profondamente innovativa, che fornisce un aiuto concreto a tutti i giovani artisti o aspiranti tali, che presentino progetti meritevoli per usufruire di immobili pubblici in disuso, ma soprattutto che non siano obbligati a provvedere alla manutenzione straordinaria degli stessi, che era inspiegabilmente prevista nella versione originale del decreto.
In assenza di questa contribuzione pubblica molto probabilmente questi artisti non avrebbero alcuna possibilità di manifestare il loro talento.

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